mercoledì 12 dicembre 2012

SARDEGNA: TRA MALARIA ED ESPERIMENTI CHIMICI DI OGNI GENERE



Così Mussolini diffuse la malaria nell’isola contro lo sbarco nemico

18 dicembre 2009 — pagina 11 sezione: Sardegna

CAGLIARI. Germi micidiali dal cielo come bombe a scoppio ritardato. Una pioggia invisibile e leggera, silenziosamente mortale come fosse un’epidemia: non è lo scenario di un fantasy-horror ma qualcosa che accadde fra aria e terra di Golfo Aranci nel 1937. E’ un trimotore Savoia Marchetti Sm 81 a volare basso sul litorale gallurese per sganciare ordigni impalpabili. Esperimento di guerra: le spiagge vengono irrorate di bacilli. Gli scienziati di Mussolini cercano l’arma destinata a colpire senza distruggere, a indebolire popolazioni con l’insidia della malattia. A sessant’anni di distanza sono i National Archives di Londra a restituire alla storia una realtà spaventosa, vestendo di documenti quelle che finora non erano che voci dal passato. E’ più di un sospetto: forse la terribile epidemia di malaria che falcidiò i sardi nei vent’anni a cavallo della seconda guerra mondiale è stata l’effetto di un’operazione bellica ordinata dal regime nazi-fascista per frenare lo sbarco alleato, che l’intelligence americana aveva fatto credere potesse realizzarsi nell’isola. E’ stato il giornalista dell’Espresso Gianluca Di Feo (“Veleni di stato”, edizioni Bur, 240 pagine) a riportare alla luce vecchie carte dal contenuto inquietante: si chiama dossier WO 188/685, è un complesso di atti originali che raccolgono le informazioni sulle armi biologiche italiane messe insieme dagli agenti speciali americani e britannici alla fine del conflitto. Documenti da cui emerge una Sardegna già allora considerata laboratorio ideale per test bellici, i sardi forse usati come cavie umane per valutare l’efficacia di armi subdole, che il regime fascista sperava potessero ribaltare le prospettive della guerra. I documenti londinesi contengono i nomi dei ricercatori incaricati dal Duce: il capo è il colonnello Ugo Reitano ma la guida scientifica del programma è affidata alla figura carismatica di Ugo Cassinis, celebre medico e professore di fisiologia umana. E’ lui che nell’interrogatorio condotto dal colonnello William S. Moore il 3 agosto 1944 conferma gli esperimenti compiuti in Italia e indica i luoghi chiave dell’operazione: l’arenile di Ostia, che aerei untori irrorano di germi non letali a scopo sperimentale. Poi La Spezia: qui l’obiettivo delle esercitazioni sono navi della Marina. Ma soprattutto la Sardegna, territorio perfetto per verificare le potenzialità dell’arsenale biologico in fase di studio. Arsenale dove compaiono secondo la testimonianza resa agli alleati da Giuseppe Morselli, il dottor Germe, gli agenti patogeni della peste bubbonica e della brucellosi.
Dal lavoro di Di Feo, saldamente ancorato a documenti storici, affiorano ipotesi sconvolgenti: considerata un male endemico in Sardegna e in altre aree acquitrinose d’Italia come Latina e Caserta, la terribile malaria potrebbe non essere altro che la conseguenza di un’attività militare. A puntare con decisione sulle potenzialità infettanti della zanzara anofele a scopo militare è un nucleo di scienziati dello staff di Heinrich Himmler, tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944. Con l’enfasi tipica del regime, i ricercatori nazisti si propongono di riprodurre in laboratorio e di rilanciare su larga scala una delle sette piaghe d’Egitto. Studiano le zanzare, insetti invasivi e resistenti. E’ molto probabile che le usino, facendole moltiplicare. Fra i progetti dei nazisti e gli esperimenti di Reitano sembrano emergere legami stretti, di certo gli obbiettivi sono gli stessi. Ecco perché ora non appare più casuale la presenza di Reitano mentre la Sardegna cerca di far fronte alla minaccia letale dell’anofele, verso la fine della guerra: l’epidemia dilaga, la popolazione si ammala, i morti non si contano. I soldati bloccati fra le paludi pontine e decimati dai tedeschi cominciano ad accusare a loro volta le febbri malariche, molti lasciano il fronte. La liberazione del paese si complica, di certo il processo rallenta. Nessuno in quegli anni è in grado di individuare l’origine del contagio, si diffonde però il sospetto che le cause non siano naturali. L’anofele colpisce anche la Sardegna per una ragione storicamente compatibile: i nazisti temevano che gli americani potessero sbarcare nell’isola, depistati dagli alleati che organizzavano la spedizione in Normandia.
Gli uomini del Terzo Reich compiono ovunque devastanti sabotaggi sulle opere idrauliche, condizionando il deflusso delle acque e trasformando bacini idrici in stagni. Un’azione coordinata, probabilmente d’intesa con i ricercatori italiani, per creare l’habitat ideale alle zanzare e alimentare l’epidemia malarica. Solo a Latina i 572 ricoveri per malaria del 1940 diventano 54929 quattro anni più tardi. I dati sulla Sardegna non compaiono nei documenti ritrovati a Londra ma chi ha vissuto quegli anni non si stupirebbe davanti a numeri ancora più alti. Ed ecco che quando la guerra finisce, lo scienziato impegnato a programmare pandemie ricompare proprio nell’isola, in una caserma alle porte di Sassari. E’ l’anno 1944 e Reitano comanda una struttura sanitaria. L’armistizio mette fine alla sua attività al servizio del regime. Ma quando il colonnello Moore spedisce in Sardegna un ufficiale per chiedere al ricercatore informazioni sullo stato e sui risultati dei suoi esperimenti le risposte sono contradditorie: lo scienziato che appena cinque anni prima aveva illustrato al terzo congresso di microbiologia di New York i risultati raggiunti nello studio delle armi batteriologiche davanti ad alcuni premi Nobel, ammette solo quello che non può negare e spiega di aver abbandonato le ricerche fin dal 1940. I vertici dell’intelligence statunitense bocciano il rapporto di Moore definendo ridicola la teoria secondo la quale i test si sarebbero esauriti già quattro anni prima. Ma sugli studi compiuti in Sardegna e nel resto d’Italia cala il silenzio più impenetrabile.
Eppure la presenza a Sassari di Reitano, in un luogo lontanissimo dal cuore strategico del conflitto, richiama alla mente sospetti cupi e solleva interrogativi che meriterebbero una risposta: quella che Di Feo definisce la sua improvvisa vocazione per lo studio della malaria ha una relazione diretta con l’ondata di insetti assassini che ha falcidiato l’isola e la penisola per vent’anni? E’ molto probabile. Ma la sola certezza storica è che gli americani rispondono con l’uso di armi chimiche a quella che potrebbe essere stata una campagna militare segreta: sui territori malarici, la Sardegna compresa, piove il Ddt. Se l’infezione scompare dall’isola già nel 1949, un anno dopo le ricerche scientifiche dimostrano il potenziale cancerogeno dell’insetticida, il cui uso verrà vietato negli Stati Uniti nel 1972. Di Feo osserva ragionevolmente che «per decenni intere regioni d’Italia hanno convissuto con la sua pioggia velenosa che ha impregnato i territori che oggi ospitano produzioni agricole d’eccellenza». Quale sarà il peso di questa eredità - avverte ancora il giornalista - lo capiremo solo studiando i dati epidemiologici dei prossimi anni, che forse evidenzieranno un legame tra l’effetto finale dell’operazione zanzara e la salute degli italiani.
Certo la Sardegna era già negli anni Trenta e Quaranta un luogo di esperimenti letali. Se gli anziani l’hanno sempre raccontato, i documenti confermano che a Linstincheddu, vicino Ozieri, gas letali sono stati custoditi in violazione di qualsiasi accordo internazionale fino al 1976 in una base-bunker, con centro medico e aeroporto. Mentre esercitazioni con armi chimiche si sarebbero svolte nel Nuorese e in provincia di Oristano per quasi cinquant’anni, a partire dalla fine degli anni venti. Oggi infuria la polemica sull’uso di nateriali pericolosi per la salute nei poligoni dell’isola e ancora adesso, a sessant’anni dagli esperimenti di Golfo Aranci, arrivano solo risposte evasive e contradditorie. Come se il tempo non fosse passato.

- Mauro Lissia

Nessun commento:

Posta un commento